Genova, primavera del 1290. Bartolomeo Fieschi di Voltri, giovane mercante di famiglia non nobile ma ambiziosa, si imbarcò sulla sua prima grande spedizione verso oriente con un carico di panni di lana, vetri soffiati e olio d’oliva, diretto verso quel Mar Nero che i più anziani della sua famiglia descrivevano come “il secondo mare di Genova”.
Il viaggio fu lungo: attraverso lo Stretto di Messina, lungo le coste greche, oltre i Dardanelli, fino a Costantinopoli — città che lo lasciò senza fiato per la sua immensità — e infine, dopo settimane di navigazione, l’ingresso nel Mar Nero.
Nulla lo aveva preparato a Caffa. Bartolomeo si aspettava un semplice avamposto commerciale, magari simile a certi porti minori della Liguria. Trovò invece una città brulicante, dove il genovese si mescolava al greco, all’armeno, al tartaro, all’ebraico, dove le moschee sorgevano a pochi passi dalle chiese cattoliche.
BARTOLOMEO(scrivendo nel suo diario di viaggio, quella prima notte)
Qui il mondo intero sembra essersi dato appuntamento. Ho visto mercanti tartari scambiare pellicce con sete cinesi giunte chissà come fin qui, ho sentito messa in latino a cento passi da un muezzin che chiamava alla preghiera. Genova governa questo porto, eppure Genova, qui, è solo una voce tra le tante.
Rimase colpito soprattutto dal fermento dell’Officina Gazarie, l’ufficio che regolava ogni aspetto della vita coloniale, e dalla ricchezza dei traffici: schiavi, sete, spezie, grano, pellicce — un commercio che sembrava non conoscere confini geografici né culturali.
Da Caffa, Bartolomeo proseguì il suo viaggio commerciale toccando altre colonie genovesi:
A Cembalo (l’odierna Balaklava), rimase affascinato dalla fortezza costruita a strapiombo sul mare, con le sue torri che sembravano nascere direttamente dalla roccia.
A Soldaia (Sudak), annotò la bellezza quasi innaturale della baia, protetta da una fortezza genovese che sovrastava un mare così limpido da sembrare vetro.
A Caulita — quel piccolo villaggio di pescatori che i genovesi chiamavano così, e che secoli dopo il mondo avrebbe conosciuto come Yalta — si fermò solo una notte, ma scrisse:
BARTOLOMEO (dal diario)
Un luogo minore, oggi. Ma la baia è così ben ridossata dai venti, e la terra così fertile, che non mi stupirei se un giorno, tra secoli, qualche potente decidesse di farne la propria residenza prediletta.
(un’annotazione che il racconto immagina profetica, pensando alla futura Conferenza di Yalta del 1945)
Fu però un incontro specifico, nella finzione narrativa, a colpire più di ogni altro Bartolomeo: una sera, a Caffa, un anziano mercante armeno, che aveva viaggiato per decenni tra Crimea e le steppe russe, gli parlò a lungo davanti a una brocca di vino locale.
Voi genovesi credete che questo mare vi appartenga perché lo attraversate con le vostre navi. Ma io ho visto le terre a nord, oltre le steppe. Ho visto principati russi ancora divisi, ancora deboli sotto il giogo dei Tartari dell’Orda d’Oro. Eppure in quelle terre c’è qualcosa che voi genovesi, abituati al mare, non riuscite a vedere: una fame di spazio che nessun oceano potrà mai contenere.
BARTOLOMEO (incredulo, quasi divertito)
Principati divisi e tributari? Difficile immaginare che possano mai minacciare imperi come quello ottomano, o le nostre stesse colonie.
IL MERCANTE ARMENO (sorridendo, con lo sguardo di chi ha visto troppe cose per stupirsi ancora)
Nemmeno Roma, agli inizi, sembrava destinata a governare il mondo conosciuto. Vi dico questo, giovane genovese: un giorno, tra secoli forse, sarà proprio da quelle terre a nord — Mosca, dicono la chiamino, poco più di un villaggio fortificato oggi — che nascerà una potenza capace di reclamare queste stesse coste che oggi voi chiamate vostre. Le vostre torri a Caffa, a Soldaia, a Cembalo, un giorno saranno rovine ammirate da soldati che parleranno una lingua slava, non genovese.
Bartolomeo, scettico, annotò comunque quella conversazione nel suo diario, forse più per la suggestione poetica che per reale convinzione.
BARTOLOMEO (ultima riga della pagina)
Il vecchio armeno parla come chi ha bevuto troppo vino locale. Eppure c’è qualcosa, in quello sguardo verso nord, che mi resta addosso più di quanto vorrei ammettere.
Quella conversazione immaginaria, nella finzione, si sarebbe rivelata più veritiera di quanto Bartolomeo potesse mai sospettare. Le colonie genovesi in Crimea, fiorenti ai suoi tempi, sarebbero cadute agli Ottomani nel 1475 — appena due secoli dopo il suo viaggio. E ancora più tardi, nel 1783, sarebbe stata proprio quella potenza “a nord”, ormai cresciuta enormemente sotto il nome di Impero Russo, a strappare la Crimea agli stessi Ottomani, ponendo fine a secoli di dominazioni successive su quella penisola contesa.