DAL MARMO  AD OLTREOCEANO

Nel 1810, sulla guglia meridionale del Duomo di Milano, lo scultore Carlo Pacetti terminò un’opera che i milanesi avrebbero poi chiamato semplicemente “la Legge Nuova”: una figura femminile, avvolta in un drappeggio severo, che reggeva in una mano delle tavole di pietra e nell’altra un fascio di simboli del diritto. Era un’allegoria voluta in epoca napoleonica, un omaggio ai nuovi codici legali che stavano riscrivendo l’Europa. Pacetti la scolpì con un’espressione ferma, quasi minacciosa nella sua compostezza, gli occhi rivolti verso l’orizzonte come se scrutasse un futuro che ancora non esisteva.

Passarono più di sessant’anni. Nella bottega parigina di Frédéric Auguste Bartholdi, tra bozzetti e modelli in gesso, si discuteva di un progetto ambizioso: una statua monumentale da donare agli Stati Uniti, simbolo di libertà per un mondo che cambiava. Bartholdi, appassionato di architettura italiana, aveva viaggiato attraverso la penisola anni prima, e tra i suoi taccuini di viaggio — così racconta la leggenda tramandata tra i restauratori del Duomo — comparivano schizzi delle guglie milanesi, delle statue che popolavano quel bosco di marmo bianco. Si dice che rimase colpito non tanto da una figura in particolare, quanto dall’idea stessa: allegorie femminili, severe e solenni, che portavano tra le braccia il peso di un concetto astratto — la legge, la giustizia, la libertà — trasformandolo in qualcosa di visibile e umano.

Quando Bartholdi disegnò la sua “Libertà che illumina il mondo”, scelse anch’egli una figura di donna, con una tavola nella mano sinistra — non le leggi di un impero, ma la data dell’indipendenza americana — e una fiaccola alzata al posto del fascio littorio. La posa era diversa, il messaggio pure, ma qualcosa nella struttura, nel modo in cui il corpo sosteneva un’idea invece di un semplice ornamento, sembrava echeggiare quelle sentinelle di pietra lasciate sui tetti di Milano.

Oggi, chi sale sulle terrazze del Duomo può ancora trovare la Legge Nuova di Pacetti, un po’ consumata dal tempo, che guarda verso ovest — verso la Francia, verso l’oceano, verso quell’altra statua di rame che da un’isola di New York regge la sua fiaccola nella notte. Nessun documento prova con certezza il legame tra le due opere: resta una storia che i restauratori si tramandano sottovoce, mentre puliscono il marmo alla luce della luna, convinti che le grandi idee — la libertà, la giustizia — abbiano sempre viaggiato più velocemente delle persone che le scolpiscono.

Duomo di MIlano ( 1386-1932)
Statua  della Legge Nuova, Carlo  Pacetti
Statua della Libertà (1875-1886)


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