L’ARCHITETTO E L’IMPERATRICE

Bartolomeo Rastrelli non dormiva più. Le impalcature del Palazzo d’Inverno si stagliavano contro il cielo di San Pietroburgo come le costole di un gigante addormentato, e lui, ormai sessantenne, sentiva che quell’opera sarebbe stata la sua ultima grande battaglia.

Era nato a Parigi, ma il suo sangue era italiano — fiorentino, per essere precisi, come suo padre Carlo Bartolomeo, scultore alla corte di Luigi XIV prima di trasferirsi in Russia al servizio di Pietro il Grande. Bartolomeo era cresciuto tra due mondi: il rigore geometrico del barocco romano che il padre gli aveva insegnato, e la vastità quasi incomprensibile delle steppe russe, dove ogni cosa doveva essere costruita più grande, più dorata, più impossibile.

Quando l’imperatrice Elisabetta morì nel gennaio del 1762, Rastrelli temette il peggio. Il nuovo zar, Pietro III, non amava le sue architetture sontuose. Ma il regno di Pietro III durò appena sei mesi.

Fu allora che Caterina, una principessa tedesca diventata imperatrice di tutte le Russie con un colpo di stato, lo convocò nella sala ancora polverosa di calce e marmo.

«Maestro Rastrelli,» disse, camminando lungo le pareti ricoperte di stucchi dorati, «mi dicono che questo palazzo è vostro capolavoro.»

«Maestà, è il capolavoro dell’Italia che porto nel cuore, tradotto nella lingua della Russia.»

Caterina si fermò. Aveva letto Voltaire, studiato Palladio, sognato di trasformare la sua fredda capitale nordica in una nuova Roma. Ma quel barocco esuberante, quei putti dorati, quelle facciate turchesi e bianche che Rastrelli amava — non erano il suo gusto. Lei sognava linee neoclassiche, sobrietà, ragione.

«È magnifico,» ammise, «ma non è più il mio secolo, Bartolomeo Francesco.»

L’architetto chinò il capo. Capiva. Il vento che soffiava dall’Europa portava idee nuove, e lui, con la sua opulenza settecentesca, appariva ormai come un fantasma di un’epoca che finiva.

Pochi mesi dopo, Caterina lo sollevò dall’incarico di architetto di corte. Rastrelli chiese il permesso di tornare in Italia — a Firenze, dove non aveva mai vissuto ma che considerava, in un modo strano e nostalgico, la sua vera patria.

Il permesso non arrivò mai in tempo. Morì a San Pietroburgo nel 1771, senza rivedere la terra dei suoi avi.

Ma il Palazzo d’Inverno rimase. E secoli dopo, quando i turisti attraversano le sue sale immense per ammirare i capolavori dell’Ermitage, camminano — senza saperlo — dentro il sogno di un italiano che non tornò mai a casa, ma che costruì, nel gelo russo, un pezzo eterno della sua Italia.

Caterina II ( 1729-1796)
Palazzo d’Inverno


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