C’è una città, nel cuore dell’Emilia-Romagna, dove il profumo del ragù che sobbolle si mescola da secoli con quello del pane appena sfornato, dove le strade porticate custodiscono negozi di salumi che profumano l’aria fin dal mattino. Questa città si chiama Bologna, e i suoi stessi abitanti, con orgoglio quasi affettuoso, la chiamano “la Grassa” — un soprannome che porta insieme a “la Dotta”, per la sua antichissima università, e “la Rossa”, per i tetti in cotto e la sua storia politica. Ma è “la Grassa” il nome che racconta meglio l’anima più intima di questa città.
Tutto qui sembra nascere da un gesto antico e femminile: quello della sfoglina, la donna che con il matterello tira la pasta fresca fino a renderla sottile come un velo, tramandando questo gesto di madre in figlia da generazioni immemori. È da queste mani sapienti che nascono i tortellini, piccoli scrigni di pasta ripiena che la leggenda vuole ispirati alla forma dell’ombelico di Venere — narrano infatti che un oste, spiando dal buco della serratura la dea addormentata in una locanda, ne rimase così folgorato dalla bellezza da voler ricreare quella forma perfetta nella pasta, per omaggiarla per sempre. E ancora oggi, la domenica, in molte case bolognesi si respira quell’atmosfera antica: la famiglia riunita attorno al tavolo, la sfoglia stesa a mano, il brodo che bolle piano sul fuoco per accogliere quei piccoli tortellini che sono, in fondo, un atto d’amore tramandato nel tempo.
Ma la vera signora della tavola bolognese è forse lei, la tagliatella, che danza nel ragù — quel sugo lento, paziente, cotto per ore, fatto di carne trita, pomodoro, soffritto e vino, la cui ricetta è talmente sacra da essere stata depositata ufficialmente presso la Camera di Commercio nel 1982, quasi a proteggerla per sempre dalle mille imitazioni che nel mondo la chiamano, erroneamente, “bolognese”. E poi c’è la mortadella, rosa e profumata, punteggiata di lardelli bianchi come piccole perle, che dal Settecento porta il nome di Bologna in ogni angolo d’Italia e del mondo, diventando ambasciatrice silenziosa di questa terra generosa.
Non è un caso che tutto questo sia fiorito proprio qui. Bologna sorge nel cuore della pianura padana, terra fertile e grassa — è proprio il caso di dirlo — bagnata da fiumi che per secoli hanno nutrito campi di grano dorato e pascoli dove i suini crescono lenti e felici, destinati a diventare salumi di eccellenza. Intorno alla città, come satelliti preziosi, orbitano altri tesori gastronomici che sembrano essersi dati appuntamento in questo angolo d’Italia: il Parmigiano Reggiano che stagiona lento nelle forme dorate, il Prosciutto di Parma che riposa appeso nelle cantine ventilate, l’Aceto Balsamico di Modena che invecchia in botticelle di legni diversi come un vino prezioso.
Camminando sotto i portici di Bologna — quaranta chilometri di archi che proteggono i passanti dalla pioggia e dal sole da otto secoli — si respira una città che ha fatto del cibo non un semplice bisogno, ma un linguaggio, una forma d’arte, un modo di stare insieme. Ed è forse per questo che nel 2021 l’UNESCO ha voluto inserire Bologna nella prestigiosa rete delle Città Creative per la Gastronomia, non facendo altro che scrivere su carta ciò che ogni bolognese, e ogni viaggiatore che abbia mai assaggiato un tortellino in brodo fumante in una sera d’inverno, sapeva già nel proprio cuore: che qui, in questa città rossa e grassa e dotta, il cibo non è solo nutrimento, ma memoria, identità, e pura, semplice felicità condivisa a tavola.




