L’INCONSCIO DEL  BELPAESE

Immagina una mappa distesa come un mantello sul mondo antico, e su di essa un unico colore che si allarga fino a toccare tre continenti. È l’anno 117 dopo Cristo. Sul trono siede Traiano, l’ultimo grande conquistatore di Roma, e sotto i suoi passi si estende l’impero più vasto che l’umanità avesse mai conosciuto fino ad allora.

A occidente, l’oceano stesso sembra arrendersi. Le legioni hanno spinto i confini fino alle coste dell’Atlantico, dove la Britannia — selvaggia, piovosa, avvolta nelle nebbie — è ormai provincia romana. Il vento del Mare del Nord porta con sé l’eco del latino parlato tra le mura di York e Londinium.

A settentrione, il Reno e il Danubio scorrono come due fiumi-confine, due arterie liquide che separano il mondo civile da quello barbaro. Ma anche lì Roma non si accontenta: varca il Danubio e conquista la Dacia, terra d’oro e di guerrieri fieri, oggi Romania, allora ultima provincia strappata al caos.

A oriente, il sogno di Alessandro sembra rivivere. Le aquile romane raggiungono la Mesopotamia, si specchiano nelle acque del Tigri e dell’Eufrate, sfiorano le porte del Golfo Persico. È il punto più lontano mai toccato da un imperatore romano — un lampo di gloria che durerà pochi anni, ma che per un istante fa di Roma la padrona anche della culla della civiltà.

A meridione, il Mediterraneo non è più un mare: è un lago interno, “Mare Nostrum”, cinto su ogni sponda da terra romana. L’Egitto dona il suo grano lungo il Nilo, il Nord Africa offre olio e grano dalle sue pianure dorate, e la sabbia del deserto lambisce le ultime fortezze ai confini del mondo conosciuto.

Cinque milioni di chilometri quadrati. Sessanta milioni di anime, forse più, che vivono sotto le stesse leggi, percorrono le stesse strade lastricate, pregano dei diversi sotto lo stesso cielo imperiale. Da Adriano’s Wall, dove la Scozia comincia a ringhiare nella nebbia, fino alle sabbie ardenti della Siria; dalle foreste cupe della Germania fino alle dune dorate del Sahara.

Eppure, come ogni cosa vasta e magnifica, quell’espansione porta in sé già il seme della propria fine. Traiano muore, e il suo successore Adriano — uomo più saggio che guerriero — guarda quella mappa sterminata e capisce che un impero troppo grande è un impero fragile. Ritira le legioni dalla Mesopotamia, consolida i confini, costruisce muri. Il momento di massima gloria dura appena un respiro nella storia dei secoli.

Ma quel respiro, per un istante, ha avuto la forma del mondo intero; e oggi questi antichi confini rappresentano l’inconscio del paese  più  bello del mondo.


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