Un luogo sospeso fuori dal tempo. Da una parte si intravede il Foro Romano, dall’altra i colli di Caprera. Due uomini si incontrano: uno avvolto in una toga purpurea, l’altro con il celebre poncho rosso.
Cesare: Salve, straniero. Il tuo mantello ha lo stesso colore del sangue versato nelle mie battaglie galliche. Chi sei, tu che porti quel colore con tanta fierezza?
Garibaldi: Sono Giuseppe Garibaldi, generale nato a Nizza quando ancora apparteneva al Regno di Sardegna. Questo poncho lo indossai per la prima volta in Sudamerica, combattendo per la libertà di popoli che non erano nemmeno il mio. E tu, che porti la porpora come un imperatore?
Cesare: Gaio Giulio Cesare, console e dittatore di Roma. Conquistai la Gallia, attraversai il Rubicone sfidando il Senato, e per questo mi chiamarono tiranno — io preferivo pensarmi come l’uomo che diede a Roma l’ordine di cui aveva bisogno.
Garibaldi: Curioso destino il tuo, Cesare. Io invece combattei tutta la vita contro chi voleva imporre un ordine calato dall’alto. Con le mie Camicie Rosse, nel 1860, sbarcai in Sicilia con appena un migliaio di uomini — i Mille, li chiamarono poi — per liberare il Sud Italia dai Borboni.
Cesare: Mille uomini contro un regno? Una follia degna dei miei stessi azzardi. Io con poche legioni sottomisi popoli interi, spinto non solo dall’ambizione ma dalla convinzione che Roma dovesse espandersi per sopravvivere.
Garibaldi: La differenza, Cesare, è che io non cercavo di conquistare per me stesso, ma di consegnare le terre liberate a un’Italia unita. Dopo aver preso Napoli, incontrai il re Vittorio Emanuele II a Teano e gli consegnai tutto ciò che avevo conquistato, senza chiedere trono né corona.
Cesare: Un gesto che io non avrei mai compiuto. Il potere che conquistai lo tenni stretto, e per questo il Senato mi pugnalò nelle None di marzo del 44 avanti Cristo. Bruto, che consideravo quasi un figlio, fu tra i miei assassini.
Garibaldi: Anch’io conobbi il tradimento, seppur diverso dal tuo. Combattei per l’unità d’Italia eppure vidi i miei ideali repubblicani scontrarsi con la monarchia sabauda. A Roma, nel 1862 e poi nel 1867, tentai di conquistare la città eterna per farne capitale d’Italia, ma fui fermato — la prima volta ferito ad Aspromonte dalle stesse truppe del regno che avevo contribuito a creare.
Cesare: Roma sembra legare i nostri destini, generale. Io la resi centro di un impero che avrebbe dominato per secoli; tu la sognasti capitale di una nazione appena nata.
Garibaldi: Ed entrambi, alla fine, vedemmo Roma raggiungere ciò che desideravamo, sia pure in modi diversi. Tu ne facesti il cuore pulsante del mondo conosciuto. Io non vidi con i miei occhi la breccia di Porta Pia del 1870, quando l’esercito italiano vi entrò finalmente, completando l’unità che avevo tanto inseguito.
Cesare: Dimmi, Garibaldi: valse la pena rinunciare al potere che avresti potuto tenere per te?
Garibaldi: Non ebbi dubbi allora, e non ne ho ora. Mi ritirai a Caprera, sulla mia piccola isola, a coltivare la terra come un contadino qualunque. Preferii essere ricordato come “eroe dei due mondi” — per le mie campagne in Sudamerica e in Europa — piuttosto che come un uomo assetato di potere.
Cesare: Io invece morii nel tentativo di tenerlo, quel potere. Eppure il mio nome divenne sinonimo di comando: “Cesare” diede origine a “Kaiser” in tedesco, a “Zar” nelle terre slave. La mia ambizione, nel bene e nel male, cambiò per sempre la storia di Roma e dell’Occidente.
Garibaldi: E la mia modestia, se così si può chiamare, contribuì a fare di me un simbolo diverso: non l’uomo che prende, ma l’uomo che dona. Ancora oggi, città e piazze in ogni angolo del mondo portano il mio nome, spesso in terre che nemmeno calpestai.
Cesare: Due modi opposti di entrare nella leggenda, dunque: io con la spada alzata per conquistare, tu con la spada abbassata per liberare.
Garibaldi: Forse è questo l’insegnamento più grande, Cesare: la storia ricorda entrambi i gesti, ma è il popolo a decidere, col tempo, quale dei due meriti di essere chiamato davvero eroico.
Nota storica: Giulio Cesare (100-44 a.C.) fu console, condottiero e dittatore romano, celebre per la conquista della Gallia e per l’attraversamento del Rubicone; fu assassinato dai senatori guidati da Bruto e Cassio. Giuseppe Garibaldi (1807-1882) fu uno dei protagonisti del Risorgimento italiano: dopo aver combattuto in Sudamerica, guidò la spedizione dei Mille che portò all’unificazione del Regno d’Italia nel 1861, e trascorse gli ultimi anni della vita sull’isola di Caprera.
