Si immagina un incontro fuori dal tempo, in un luogo sospeso tra le colline di Maranello e i giardini di Careggi, dove due uomini che hanno saputo trasformare l’ambizione in bellezza possono finalmente parlarsi.
LORENZO DE’ MEDICI — Mi dicono che voi, Commendatore, foste chiamato “il Drake” dai vostri uomini, e che regnaste su Maranello come un signore rinascimentale regna sulla propria corte. Mi incuriosisce: che cosa lega un fabbricante di automobili a un banchiere fiorentino del Quattrocento?
ENZO FERRARI — Forse più di quanto pensiate, Magnifico. Voi avete raccolto attorno a voi pittori, scultori, poeti — Botticelli, Michelangelo ancora ragazzo — e li avete spinti a superare se stessi. Io ho fatto lo stesso con ingegneri e piloti. La differenza è che le mie tele erano fatte di lamiera, e i miei affreschi correvano a trecento chilometri all’ora.
LORENZO — Un paragone audace. Eppure capisco cosa intendete: anche il mio compito non era dipingere di persona, ma riconoscere il talento e dargli i mezzi per esprimersi al massimo. Governare la bellezza altrui, più che produrla con le proprie mani.
FERRARI — Esatto. Io non ho mai disegnato una vettura, non ho mai stretto un bullone. Ma sapevo scegliere gli uomini giusti, e soprattutto sapevo essere insoddisfatto. L’insoddisfazione, Magnifico, è la madre di ogni capolavoro.
LORENZO — Curioso che diciate questo. A Firenze si narra che voi piangeste ogni volta che una delle vostre auto vinceva una gara — e che piangeste ancora di più quando un vostro pilota moriva al volante. Bellezza e tragedia, dunque, andavano a braccetto anche nella vostra epoca.
FERRARI — Sempre, Magnifico. Ogni vittoria aveva il sapore amaro di un rischio corso, e molti dei miei uomini migliori non sono tornati. Ma io credevo — credo ancora, se un’ombra può credere — che certe cose valgano il rischio: la velocità, la forma perfetta di una carrozzeria, il suono di un motore portato al limite. È bellezza anche quella, sebbene pericolosa.
LORENZO — Anche a Firenze la bellezza non fu mai innocua. Ho visto la mia città dilaniata da congiure — pensate a mio fratello Giuliano, pugnalato sull’altare durante la congiura dei Pazzi, proprio mentre celebravamo la messa. Il potere e la grazia camminano sempre sull’orlo di un precipizio.
FERRARI — E allora forse la vera domanda, Magnifico, è: perché continuare? Perché finanziare artisti, o costruire automobili che uccidono, sapendo il prezzo che si paga?
LORENZO — Perché senza quel rischio, l’uomo si accontenta della mediocrità. Io avrei potuto limitarmi a contare fiorini nelle mie banche. Invece ho voluto che Firenze fosse ricordata per la sua bellezza, non per la sua ricchezza. Il denaro, da solo, non lascia eredità: la lascia solo ciò che il denaro rende possibile.
FERRARI — Parole che avrei potuto pronunciare io stesso, sostituendo “fiorini” con “utili di bilancio” e “Firenze” con “Maranello”. Anch’io avrei potuto costruire automobili qualunque, vendute a basso prezzo, per fare solo profitto. Ho scelto invece di inseguire un’idea di perfezione, sapendo che pochi se la sarebbero potuta permettere.
LORENZO — E ditemi, Commendatore: ne è valsa la pena? Guardando indietro, ora che siete ombra come me?
FERRARI — Il cavallino che porto sul petto corre ancora oggi sulle strade di tutto il mondo, Magnifico. E immagino che anche il vostro giglio fiorentino sia ancora impresso nella memoria degli uomini, a distanza di secoli. Forse è questa la sola risposta che conta: ciò che abbiamo costruito ci sopravvive, e continua a correre — o a fiorire — anche quando noi non ci siamo più.
LORENZO — Allora, Commendatore, permettetemi un ultimo pensiero, degno della mia epoca: quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia. Lo dicevo dei giorni della vita. Forse vale anche per le vostre auto, che bruciano la loro giovinezza in una manciata di secondi su un rettilineo, e proprio per questo restano eterne nel ricordo.
FERRARI — Non avrei saputo dirlo meglio, Magnifico. Non avrei saputo dirlo meglio.
Le due ombre restano in silenzio, mentre in lontananza si confondono il rombo di un motore e il canto di un liuto fiorentino, come se il tempo, per un istante, avesse smesso di separarli.
