DIALOGO FRA IL CANTORE DI  ROMA E D’ITALIA

Si immagina un incontro fuori dal tempo, in un luogo sospeso tra i campi elisi e un colle silenzioso, dove le ombre dei poeti possono ancora conversare.


VIRGILIO — Ti riconosco, sebbene tu sia giunto qui molti secoli dopo di me. Portavo ancora negli occhi l’ombra dei tuoi versi, quando mi hanno detto che un giovane recanatese cantava la natura con una voce diversa dalla mia, eppure non meno grave.

LEOPARDI — Virgilio! Maestro dei campi e delle stagioni, io che ho studiato le tue Georgiche fin da fanciullo, chino sui libri nella biblioteca di mio padre, mentre il mondo fuori mi restava ignoto. Tu cantavi una natura madre, benigna, che ricompensa la fatica dell’uomo. Io non ho potuto cantarla così.

VIRGILIO — Lo so. Ho letto — se così si può dire in questo luogo senza tempo — le tue parole sulla natura matrigna. Mi hanno turbato. Per me i campi, le api, gli armenti erano segno di un ordine, per quanto faticoso da conquistare. Tu invece vedevi un inganno.

LEOPARDI — Non un inganno, Virgilio: un’indifferenza. La natura non ci odia, non ci vuole male — semplicemente non ci vede. Produce e distrugge con lo stesso movimento, senza fine né compassione. Il tuo contadino, alla fine della fatica, raccoglie il frutto. Il mio pastore erra sotto la stessa luna da secoli, e nessuno gli risponde.

VIRGILIO — Eppure anche il mio Enea vaga, perde tutto, piange le rovine di Troia e i compagni portati via dal mare. Anche la mia opera conosce il lamento. Il sunt lacrimae rerum — le lacrime delle cose — non ti sono forse più vicine di quanto tu pensi?

LEOPARDI — Le conosco, quelle lacrime, e le ho sempre amate come il verso più vero che tu abbia scritto. Ma tu, dopo il pianto, concedevi ai tuoi eroi una patria, un destino, una Roma da fondare. Io non trovo fondazioni. Il mio naufragio nell’infinito non approda a nessuna terra: si perde, e in quel perdersi — te lo confesso — ho trovato l’unica dolcezza che la vita mi ha concesso.

VIRGILIO — Dolcezza nel perdersi? Spiegati, giovane. A me sembra la voce della disperazione.

LEOPARDI — Non del tutto. Quando immagino ciò che sta oltre la siepe che mi limita lo sguardo — spazi interminati, silenzi sovrumani, il pensiero che sprofonda — provo uno spavento, sì, ma anche una quiete. È dolce, dico io stesso, naufragare in quel mare. Forse è l’unico infinito che ci resta, dal momento che quello promesso dagli dèi e dalle fedi si è fatto silenzio.

VIRGILIO — Io ho creduto ancora agli dèi, o almeno ho finto di crederci abbastanza da costruire un poema che li onorasse. Forse la differenza tra noi due è tutta qui: io scrivevo per fondare qualcosa, un popolo, un impero, un ordine che venisse dopo il caos. Tu scrivevi per abitare il caos senza più promettere nulla a chi veniva dopo.

LEOPARDI — Ed è forse per questo che i miei contemporanei mi hanno chiamato pessimista, mentre a te hanno affidato il compito di guidare Dante attraverso l’inferno. Tu sei la ragione che accompagna, io sono forse la ragione che resta sola, e si guarda intorno, e non trova nessuno a cui fare da guida.

VIRGILIO — Non è piccola cosa, però, restare a guardare senza voltarsi altrove. Anche questo è un coraggio, Giacomo. Il mio Enea fuggiva da Troia in fiamme; tu sei rimasto fermo davanti al fuoco, senza fuggire, senza voltare lo sguardo.

LEOPARDI — Forse è vero. E se è un coraggio, è l’unico che il mio corpo malato e la mia solitudine mi hanno concesso. Non potevo essere un eroe come i tuoi, Virgilio: potevo solo essere un testimone.

VIRGILIO — Un testimone che canta, però. E questo, credimi, non è cosa da poco. Anche il mio canto, in fondo, nasceva da una domanda a cui non sapevo rispondere: perché tanto dolore, per fondare qualcosa che un giorno cadrà comunque in rovina? Tu almeno non hai dovuto mentirti una risposta.

LEOPARDI — Forse è questo che ci unisce, oltre i secoli che ci separano: non le risposte che abbiamo dato, ma le domande che non abbiamo mai smesso di porre.


Le due ombre tacciono, mentre il vento — che né consola né inganna — continua a muovere le fronde, indifferente, come sempre.


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