IL GIUDICE E L’ASSASINA

In un luogo sospeso, dove il Seicento e il Novecento si toccano senza confondersi, si incontrano due siciliani — se pure Giovanna, romana di nascita, trovò proprio in Sicilia e a Napoli il teatro della sua arte oscura. Lei, avvelenatrice che vendeva la morte in boccette di cristallo alle donne prigioniere di matrimoni infelici. Lui, magistrato che dedicò la vita a smascherare un altro tipo di veleno, silenzioso e organizzato, che avvelenava la sua terra.

Giovanna Tofana: Vi guardo, giudice, e vedo un uomo che ha combattuto tutta la vita contro qualcosa che io, in fondo, ho solo… venduto in piccole dosi. Il potere che opprime, che toglie il respiro a chi non può difendersi. Io davo alle donne uno strumento contro i loro carnefici domestici. Voi avete cercato di togliere lo strumento ai carnefici più grandi.

Giovanni Falcone: Non confondiamo le cose, signora. Voi vendevate morte per denaro, non giustizia. Quante di quelle donne agivano per disperazione vera, e quante furono spinte da voi, dal vostro commercio, verso un crimine che forse non avrebbero mai commesso da sole?

Giovanna Tofana:(un sorriso amaro) Sempre la stessa domanda che mi fecero i miei giudici, prima di strangolarmi in una cella di Roma. Ma ditemi voi, giudice che avete visto la mafia dall’interno: quanti “picciotti” sarebbero rimasti uomini onesti, se il sistema non li avesse spinti verso l’unica strada che sembrava aperta?

Giovanni Falcone:(un lungo silenzio) Questo è vero, e l’ho sempre saputo. La mafia non nasce nel vuoto — nasce dove lo Stato è assente, dove la povertà diventa reclutamento. Ma io non ho mai creduto che la disperazione giustifichi la scelta. Ho creduto, invece, che lo Stato dovesse essere più forte di quella disperazione.

Giovanna Tofana: Voi parlate di Stato come se fosse un padre giusto. Io, nella Napoli del Seicento, non vidi mai un padre giusto — solo mariti padroni e giudici che chiudevano un occhio sulle violenze domestiche, finché non erano le donne a ribellarsi. Allora sì, la giustizia si scomodava.

Giovanni Falcone: E anche a me toccò vivere in un tempo in cui la giustizia sembrava scomodarsi solo per punire, mai per prevenire. Vent’anni di indagini, di prove raccolte pazientemente, di silenzi rotti a fatica — e alla fine sono morto su un’autostrada, con mia moglie e gli agenti di scorta, per una bomba piazzata da uomini che il sistema aveva lasciato prosperare per decenni.

Giovanna Tofana: Anche voi, dunque, siete morto per mano del “sistema” che avete combattuto. Non troppo diversa la mia sorte: uccisa non da uno dei mariti che avevo aiutato a “liberare”, ma dallo stesso potere che quei mariti proteggeva.

Giovanni Falcone: C’è una differenza, però, che non posso lasciar cadere. Io ho cercato di costruire — prove, processi, un metodo che sopravvivesse a me stesso, che potesse continuare anche dopo la mia morte. Il maxiprocesso di Palermo non fu vendetta: fu la dimostrazione che la mafia poteva essere processata, condannata, nominata per quello che era. Voi avete lasciato solo morte, senza mai cambiare le leggi che opprimevano quelle donne.

Giovanna Tofana:(pausa, quasi ferita) Forse è vero. Io agii nell’ombra, perché l’ombra era l’unico spazio concesso a chi come me, e come le mie clienti, non aveva voce nella luce. Voi, giudice, avete potuto combattere alla luce del sole — con un nome, un ruolo, un’istituzione dietro di voi, per quanto fragile.

Giovanni Falcone: Ed è forse questo il vero abisso tra noi: io ho creduto che il cambiamento dovesse passare attraverso le regole, anche quando le regole sembravano tradirmi. Voi avete scelto di romperle, credendo che nessun’altra strada fosse possibile.

Giovanna Tofana: E chi di noi due, giudice, ha davvero cambiato qualcosa? Le vostre leggi antimafia esistono ancora, la mafia pure. Il mio veleno è dimenticato, ma quante donne, ancora oggi, restano intrappolate senza nemmeno la mia boccetta di cristallo a cui aggrapparsi?

Giovanni Falcone:(con amarezza sincera) Forse nessuno dei due ha vinto del tutto. Ma io continuo a credere — anche da qui, fuori dal tempo — che la differenza tra noi non sia il fallimento, ma il metodo. Io ho seminato affinché altri raccogliessero dopo di me. Voi avete offerto una fine, non un inizio.

Giovanna Tofana:Forse avete ragione. O forse, semplicemente, siamo entrambi il prodotto di un’epoca che non ha saputo proteggere i suoi figli più deboli — voi dalla violenza organizzata, io dalle mie clienti dalla violenza domestica. Due veleni diversi, versati nello stesso corpo malato.

I due si dissolvono, portando con sé lo stesso interrogativo irrisolto: quando la giustizia arriva tardi, o non arriva affatto, chi ha il diritto di decidere quale strada percorrere per fermare il male?


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