TOTÒ E LEONARDO DA VINCI

Un luogo sospeso tra le nuvole e il palcoscenico, dove il genio del Rinascimento incontra il principe della risata napoletana. Uno inventò macchine volanti che non volarono mai; l’altro fece volare l’anima di un intero popolo con una battuta.

Totò:(aggiustandosi il colletto con aria nobiliare) Permettete che mi presenti: Antonio de Curtis, Altezza Imperiale, Conte Palatino, Cavaliere del Sacro Romano Impero… e, tra una cosa e l’altra, comico.

Leonardo da Vinci:(con un sopracciglio alzato, incuriosito) Titoli notevoli, messere. Io sono solo Leonardo, figlio di un notaio di Vinci, che disegnava macchine e dipingeva volti. Ma ditemi — con tutti questi titoli, come mai vi guadagnavate da vivere facendo ridere la gente?

Totò: Ah, maestro mio! È proprio questa la mia più grande invenzione: ho scoperto che si può essere nobili nell’anima anche mangiando pane e cipolla. Voi disegnavate macchine volanti — io ho fatto volare la miseria della povera gente, almeno per un paio d’ore al cinema.

Leonardo:(sorride, affascinato) Un’invenzione più difficile della mia, forse. Io studiavo il volo degli uccelli per anni, cercavo di catturare le leggi della natura. Ma far ridere chi soffre — questo è un meccanismo che nemmeno io saprei disegnare su carta.

Totò: È semplice, maestro: la risata è come uno dei vostri congegni. Bisogna solo trovare l’ingranaggio giusto — la parola sbagliata al momento giusto, il gesto assurdo dove nessuno se lo aspetta. “‘A livella”, diceva un mio caro amico in versi: davanti alla morte, siamo tutti uguali, nobili e pezzenti. Ecco, io la stessa livella la usavo per far ridere: nobili e pezzenti, davanti a una battuta, ridono allo stesso modo.

Leonardo:Anch’io cercavo l’uguaglianza, a modo mio — nell’anatomia, nei miei disegni. Sotto la pelle, un principe e un contadino hanno gli stessi muscoli, le stesse ossa. Forse voi ed io cercavamo la stessa verità, io con lo scalpello dell’osservazione, voi con quello della risata.

Totò:Ma voi, maestro, avevate mecenati, papi, re di Francia che vi tenevano tra le braccia mentre morivate, si dice. Io ho fatto ridere generali e netturbini con lo stesso repertorio, e alla fine sono morto quasi cieco, con la maschera della commedia ancora incollata al volto — perché il pubblico, quello vero, non deve mai vedere la maschera cadere.

Leonardo:(con tristezza pensosa)Anch’io lasciai la Gioconda incompiuta nel cuore, portandomela dietro fino in Francia, senza mai sentirla davvero finita. Forse siamo entrambi uomini che non hanno mai smesso di rincorrere qualcosa di perfetto, sapendo che non l’avremmo mai raggiunto.

Totò:Ma che dite, maestro! Voi la Gioconda l’avete finita benissimo — è che non sapevate quando fermarvi, come me con le battute! Io dicevo sempre: “Signori si nasce, e io… modestamente, lo nacqui”. Forse anche voi, un genio, ci nasceste — e non smetteste mai di esserlo, nemmeno da morto.

Leonardo:(ridendo di gusto, forse per la prima volta in questo luogo sospeso)* Questa sì che è una battuta degna di un ingegnere fiorentino. Ditemi, Totò — se io vi avessi conosciuto in vita, credete che vi avrei disegnato? Il vostro volto ha una geometria comica che nemmeno Vitruvio avrebbe previsto.

Totò: Maestro, se mi aveste disegnato voi, altro che Uomo Vitruviano — mi avreste fatto “l’Uomo Vitruviano che scappa dal creditore”! Ma vi ringrazio, l’onore sarebbe stato tutto mio: essere immortalato dalla stessa mano che dipinse l’ultima cena, per fare ridere invece che pregare.

Leonardo:Forse, in fondo, non sono così diversi il riso e la preghiera. Entrambi ci ricordano che siamo umani, fragili, e proprio per questo… vivi.


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