Sicilia, inizio del Duecento. Sul trono di un regno che profuma d’Oriente e d’Occidente insieme — arabo, greco, normanno, latino — siede un ragazzo che il mondo cristiano guarderà presto con un misto di ammirazione e sospetto: Federico II di Svevia, lo Stupor Mundi, la meraviglia del mondo.
IL SANGUE E L’EREDITÀ
Non è un caso che sia lui a compiere questo prodigio. Nelle sue vene si mescolano due mondi: da parte di padre, Enrico VI, discende dagli Hohenstaufen, la stirpe imperiale tedesca, ferrea e ambiziosa; da parte di madre, Costanza d’Altavilla, eredita il sangue dei re normanni di Sicilia, quella dinastia che aveva saputo governare un’isola multietnica con una tolleranza rara per l’epoca. Orfano precocissimo, cresciuto per le strade di Palermo più che nelle sale di un palazzo, Federico assorbe fin da bambino tre lingue, tre culture, tre modi di pensare il potere. È già, senza saperlo, un uomo a cavallo tra mondi — e sarà proprio questa condizione a renderlo capace di immaginare qualcosa che nessuno aveva ancora immaginato: una lingua nuova per un popolo che ancora non esisteva come nazione.
IL SOVRANO E L”ITALIA
Per l’Italia, Federico è una figura enorme e contraddittoria. Non regna da un unico centro: sogna un impero che tenga insieme Sicilia e Germania, e in questo sogno la penisola italiana diventa il terreno di uno scontro durissimo con il Papato e i Comuni del nord, che temono di essere schiacciati tra le due metà del suo dominio. È un sovrano moderno in anticipo sui tempi — accentra il potere, razionalizza le leggi con le Costituzioni di Melfi, costruisce un apparato burocratico efficiente — eppure la sua battaglia contro la Chiesa lo farà scomunicare due volte e dipingere dai nemici come l’Anticristo in persona.
LA CORTE E LINGUA
Ma è a Palermo, lontano dai campi di battaglia, che Federico compie la sua rivoluzione più silenziosa e duratura. Nella sua corte convivono filosofi arabi, scienziati ebrei, giuristi latini, poeti provenzali. E in questo crogiolo nasce un’idea semplice quanto rivoluzionaria: perché non scrivere d’amore, di cuore, di desiderio, non in latino — lingua di chiese e cancellerie — ma nella lingua viva che si parla per strada, resa però nobile, levigata, degna della poesia?
Nasce così la Scuola siciliana. Notai e funzionari come Giacomo da Lentini — inventore, quasi per gioco, di una forma nuova chiamata sonetto — cominciano a comporre versi in un volgare siciliano illustre, artificiale e raffinato. Federico stesso, tra un trattato di falconeria e un decreto di stato, scrive versi d’amore in questa lingua nuova.
L’EREDITÀ
Nessuno alla corte di Palermo poteva immaginare che quei versi, copiati e ricopiati da scrivani toscani decenni dopo, sarebbero arrivati fino a un giovane fiorentino di nome Dante Alighieri, e che questi li avrebbe riconosciuti come l’atto di nascita della poesia italiana. Così, l’imperatore che aveva sognato di unire un impero con la spada, finisce per unire davvero qualcosa — non con le armi, ma con le parole: la lingua in cui, un secolo dopo, l’Italia intera avrebbe imparato a riconoscersi.
