SAN FRANCESCO E TOTÒ RIINA

( UN DIALOGO IMMAGINARIO)

San Francesco: Fratello, ti chiedo una cosa che forse nessuno ti ha mai chiesto con sincerità: credi in Dio?

Totò Riina:Sono stato battezzato, cresimato, ho fatto comunicare i miei figli. Ho portato ceri alla Madonna. Certo che credo.

San Francesco:Questa non è fede. È rito. La fede è un’altra cosa: è lasciarsi trasformare da Colui in cui si crede. Tu hai portato ceri con le stesse mani che firmavano condanne a morte.

Riina: E allora? Anche i re cristiani facevano guerre benedette dai preti. Anche la Chiesa ha avuto la sua Inquisizione, i suoi eserciti. Il male e la fede sono sempre stati vicini di casa, frate, non l’ho inventato io.

San Francesco: Hai ragione, e questo è il dolore più grande della storia della fede: quanti hanno usato il nome di Dio per coprire la propria volontà di potenza. Ma io non ti parlo della Chiesa degli uomini. Ti parlo del Vangelo nudo. “Amate i vostri nemici.” L’hai mai letto davvero, o solo ascoltato in un giorno di festa?

Riina:L’ho ascoltato. Ma dimmi tu, frate che parlavi agli uccelli: come si ama un nemico che vuole la tua morte, che ha tradito la tua famiglia, che ti caccia come una bestia? Il Vangelo è bello nelle chiese. Nei vicoli di Corleone, negli anni della fame, non bastava.

San Francesco:Non ti chiedo se fosse facile. Ti chiedo se ci hai mai provato. Io stesso non nacqui santo — nacqui figlio di un ricco mercante, vanitoso, desideroso di gloria in battaglia. Il male non mi era estraneo, l’avevo respirato. Ma un giorno ho scelto di spogliarmi, letteralmente, di tutto ciò che credevo mio, davanti al vescovo e a mio padre. Tu, in tutta la tua vita, hai mai scelto di spogliarti di qualcosa?

Riina: Mi hanno spogliato loro. Lo Stato. I pentiti. Il carcere. Non ho scelto niente, alla fine.

San Francesco:Ecco la differenza tra il male subito e il male scelto. Tu parli sempre di ciò che ti è stato tolto. Non parli mai di ciò che tu hai tolto agli altri — mariti, padri, figli, giudici che facevano solo il proprio dovere. Il male, fratello, non è un destino che ti è capitato addosso come la pioggia. È una porta che hai aperto tu, ogni volta, con la tua mano.

Riina:(silenzio)E se anche fosse così — se anche riconoscessi quella porta — cosa cambierebbe adesso? I morti restano morti.

San Francesco: Cambierebbe te. Non i morti — quelli sono nelle mani di Dio, non nelle tue né nelle mie. Ma tu, riconoscendo il male come tuo e non come destino, smetteresti finalmente di essere sua vittima e diventeresti responsabile. È un dolore più grande, lo so. Ma è l’unico dolore che apre una porta, invece di chiuderla.

Riina:La vostra fede insegna il perdono. Ma chi perdona un uomo come me? Ditemelo voi, che parlate con Dio come io parlavo con i miei picciotti.

San Francesco:Io non ho l’autorità di perdonare al posto di chi hai fatto soffrire — quel perdono, se mai verrà, appartiene a loro, non a me. Ma ti dico questo: nessun male è mai stato così grande da rendere Dio incapace di guardarti. Il ladro accanto a Cristo in croce non ebbe tempo di riparare nulla — eppure la parola che ricevette fu “oggi sarai con me in paradiso”. Non perché il suo male non contasse, ma perché in quell’ultimo istante scelse la verità su se stesso, invece della menzogna.

Riina:E se un uomo muore senza dire quella verità? Senza confessare, senza pentirsi, come sono morto io — negando fino all’ultimo?

San Francesco:Allora resta il mistero più grande, che nemmeno io oso sciogliere: cosa accade nell’ultimo istante, quello che nessun uomo vede. Non tocca a me giudicarlo. Ma tocca a te, ora, in questo dialogo che forse è solo un sogno o forse è più vero della vita stessa, scegliere se continuare a negare — o guardare finalmente in faccia ciò che hai fatto.

Riina:(a lungo, poi sottovoce) Ho fatto del male. Tanto.

San Francesco: Questa è la prima preghiera vera che ti abbia mai sentito dire.


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