DIALOGO  FRA DANTE ALIGHIERI  E GIORDANO BRUNO

Dante: Fra Giordano, mi dicono che anche voi, come me, avete conosciuto l’esilio, il vagare di corte in corte, mendicando ospitalità. E come me, alla fine, siete stato divorato dal potere che avreste voluto illuminare.

Bruno: Divorato letteralmente, Alighieri — voi foste esiliato da Firenze, io arso vivo in Campo de’ Fiori. C’è una bella differenza tra l’inchiostro dell’esilio e le fiamme del rogo.

Dante: Non sottovaluto il vostro martirio. Ma anch’io conobbi il fuoco, in un certo senso: la sentenza che mi condannava, se fossi tornato a Firenze, a essere arso vivo come baratteria. Vissi vent’anni sapendo che il ritorno significava la pira. La differenza è che a me fu concesso di fuggire; a voi no.

Bruno: Io non fuggii per scelta, alla fine. Potevo abiurare, come Galileo farà secoli dopo di me. Ma io non potevo rinnegare ciò che avevo visto: un universo infinito, senza centro, con infiniti mondi e infiniti soli. Il Sant’Uffizio mi chiedeva di dire che l’universo di Aristotele e Tolomeo, piccolo e chiuso, fosse l’unica verità. Non potevo piegare la mente alla menzogna solo per salvare il corpo.

Dante: Eppure io stesso costruii un universo chiuso, tolemaico, con la Terra al centro e le sfere celesti concentriche fino all’Empireo. La mia Commedia sale attraverso quei cieli fino a Dio. Il vostro universo infinito distrugge l’impalcatura stessa del mio poema.

Bruno: Lo distrugge, sì, ma forse non lo tradisce nello spirito. Voi cercavate Dio attraverso un ordine gerarchico, dal basso Inferno fino alla luce dell’Empireo. Io cercavo lo stesso Dio, ma infinito come l’universo che aveva creato — un Dio troppo grande per stare rinchiuso in nove sfere concentriche. Non è forse più giusto un Dio che si manifesta in infiniti mondi, piuttosto che in un unico cosmo a misura di Terra?

Dante:Qui tocchiamo il cuore della questione, fra Giordano. Il mio viaggio nella Commedia non è solo cosmologia — è soprattutto un giudizio sul potere terreno. Ho messo papi nell’Inferno, nella bolgia dei simoniaci, a testa in giù nelle fiamme. Ho posto Bonifacio VIII, mio nemico politico, in attesa dannazione. Ho creduto che solo un Impero universale, distinto e separato dalla Chiesa, potesse portare pace e giustizia sulla terra — questa fu la mia battaglia politica, il De Monarchia.

Bruno:E anch’io ho attaccato il potere ecclesiastico, ma da un’altra direzione. Voi volevate separare Impero e Chiesa perché ciascuno restasse nel proprio ordine. Io volevo qualcosa di più radicale: liberare la ricerca della verità da qualsiasi potere che pretendesse di possederla in esclusiva — fosse Papa, Inquisizione, o persino un imperatore. La mia eresia non fu solo cosmologica, Alighieri. Fu affermare che nessuna istituzione ha il diritto di fermare la mente umana nella sua ricerca del divino.

Dante: Ma allora dove trovate voi il limite tra libertà di pensiero e caos? Io credevo che senza un ordine — l’Impero per il corpo, la Chiesa per l’anima, ciascuno nel proprio ambito — l’uomo si perde. La mia Commedia è piena di anime punite proprio per aver seguito il proprio desiderio senza freno: Paolo e Francesca, Ulisse che sfida i limiti del mondo conosciuto per la sua sete di conoscenza, e finisce naufrago.

Bruno: Eppure, Alighieri, non notate la contraddizione? Voi stesso, scrivendo la Commedia in volgare invece che in latino, sfidaste un’autorità — quella della lingua dotta riservata ai chierici. Voi stesso, ponendo un pagano come Virgilio a guidarvi fin quasi al Paradiso, sfidaste il confine netto tra sapienza pagana e verità cristiana. Anche voi foste, a modo vostro, un trasgressore di limiti.

Dante:(pensieroso) Forse è vero. Ma io trasgredivo dentro un ordine che riconoscevo come sacro, cercando di ampliarlo, non di distruggerlo. Voi, fra Giordano, sembrate voler bruciare l’ordine stesso per far posto all’infinito.

Bruno:E se l’ordine fosse solo la gabbia in cui l’uomo ha rinchiuso la propria paura dell’infinito? Voi ponete Dio al vertice di una piramide di sfere, misurabile, quasi rassicurante nella sua architettura. Io dico che Dio è ovunque, perché è infinito — in ogni stella, in ogni mondo, in ogni minima particella di materia che si trasforma senza fine. Non è questa una visione più grande della divinità, non più piccola?

Dante: Può darsi che il vostro Dio sia più grande, fra Giordano. Ma il mio ha un volto — quello che io, alla fine del Paradiso, credetti di scorgere per un istante, “la nostra effige” impressa nella luce increata. Il vostro universo infinito, temo, rischia di essere così vasto da perdere ogni volto, ogni voce che risponda alla preghiera di un uomo che soffre.

Bruno: E qui forse sta la vera differenza tra noi, Alighieri. Voi cercavate un Dio che vi guardasse negli occhi al termine del viaggio. Io cercavo un Dio troppo grande per essere contenuto in uno sguardo, ma non per questo meno presente in ogni cosa. Diversi sentieri, verso la stessa vetta che nessuno dei due, credo, ha davvero raggiunto del tutto.

Dante: Forse nessun uomo la raggiunge del tutto, in vita. Ma il fatto che voi siate salito al rogo per il vostro cielo infinito, e io abbia scritto centomila versi per il mio cielo ordinato, dice che entrambi abbiamo pagato un prezzo per non voler abbassare lo sguardo.


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